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VITTORIO BACHELET (1926-1980)

 

Profilo Biografico

Nasce il 20 febbraio nasce a Roma, da Giovanni e Maria Bosio e poi si trasferisce con la famiglia a Bologna.
A Roma inizia a frequentare il liceo classico, nel 1943 consegue la licenza liceale e si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza.
Nel novembre del 1947 si laurea, con una tesi su I rapporti fra lo Stato e le organizzazioni sindacali e successivamente inizia ad insegnare presso l'Accademia e Scuola di applicazione della Guardia di Finanza poi presso la facoltà di Giurisprudenza di Pavia, poi di Trieste e infine di Roma. Nel frattempo nel 1951 si sposa con Maria Teresa (Miesi) De Januario.
Nel giugno del 1959 viene nominato da Giovanni XXIII vicepresidente dell'Azione Cattolica Italiana e nel 1964 ne diviene presidente generale.
Conclude nel 1973 il lungo periodo alla guida dell'Azione Cattolica (tre mandati).
Nel giugno del 1976 viene eletto a Roma in Consiglio comunale e il 21 dicembre viene eletto vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura.
Il 12 febbraio1980 è ucciso dalle Brigate rosse al termine di una lezione universitaria.

ALCUNI PENSIERI

 

“La fatica di tirare la carretta”
Gli entusiasmi per le cose belle sono senza dubbio anch'essi una bella cosa. Si convengono - almeno così dicono - ai giovani, tanto, che senza di essi la gio¬ventù non si concepirebbe. Ma c'è in noi, forse per contrapposto, una inco¬stanza che rischia di mandare all'aria i benefici effetti degli entusiasmi trascinatori. Anche questa, dicono che ci sia sempre stata, e in fondo possiamo cre¬derci anche senza leggere
dei poderosi trattati sulla psicologia giovanile. Perché noi crediamo sempre di scoprire l'America, mentre il più delle volte gli stessi nostri problemi - differenti forse nella forma, ma identici nella sostanza - si sono posti ai nostri padri e ai nostri nonni, e anche ai nostri bisnonni.
Se diamo per qualcosa la nostra attività, abbiamo bisogno di un risultato concreto, almeno parziale, per avere la forza di andare avanti, altrimenti non dico al primo insuccesso, ma al primo attendere prolungato del successo, ci scoraggiamo, diciamo che tutto va male, che non vale la pena, che bisogna cercare formule nuove. In sostanza non abbiamo pazienza. E proprio per questo la nostra azione è sterile e spesso inconcludente: noi non lavoriamo per un piano a largo respiro come è quello della Provvidenza («alius est qui seminai, alius qui metit») che ha come metro di paragone per i suoi trionfi l'eternità: noi lavoriamo per il successo di oggi, vogliamo vedere il frutto del nostro lavoro, vogliamo essere insieme coloro che seminano e coloro che mietono, senza far bene quindi ne una cosa ne l'altra.
Non sappiamo più fare, cioè, le cose piccole, il lavoro seccante, quotidiano, nascosto, così poco eroico, così monotono, anche. E così succede che noi facciamo, ogni tanto, quando un'idea ci entusiasma, quando un programma ci si rivela in tutta la sua attuale bellezza, dei grandiosi propositi di generosità, di fedeltà, di attività, ma subito poi ci ammosciamo appena ci accorgiamo che è necessaria un'azione lunga, paziente, di cui forse noi non vedremo i risultati. È anche per questo, credo, che non sappiamo studiare. Lo studio è una cosa paziente, che non finisce mai, che prima di dare dei risultati richiede una applicazione lunga e costante che superi l'antipatia per una cosa astrusa che pure è necessario assimilare, che accetti il lavoro umile di prendere note e appunti, di cercare e di attendere i libri nelle biblioteche, di ritornare, quando è necessa¬rio, indietro, per chiarire un punto rimasto oscuro. C'è una soddisfazione, certo, nello studio. Ma prima di diventare, attraverso lo studio, l'uomo-guida, lo scienziato, l'«eroe», ci vuole troppo tempo e troppa pazienza. Per questo lo studio, anche fra gli studenti universitari, diventa un po' la cenerentola delle varie attività.
È certo che in tutto questo influisce la vita certamente troppo intensa che noi viviamo, la necessità di occuparsi di molte cose, la richiesta che d'ogni parte ci vien fatta d'energie giovani. E non voglio dire che queste cose non si debbano fare. Certamente il periodo in cui viviamo è un periodo singolare, in cui noi dobbiamo impegnarci in pieno. Ma bisogna che ci ricordiamo che questo impegno non è solo a fare cose grandi (e facciamole, certo, se ci è possibile) ma è anche a fare quotidianamente quelle piccole cose che preparano le vie del Signore. E ricordiamoci, nei momenti di entusiasmo quando facciamo dei propositi generosi, di promettere la costanza e la pazienza nel lavoro più monotono e nascosto.

 

Uno sguardo di speranza..

Qualche volta viene voglia di guardare al futuro, al futuro della nostra associazione, ma soprattutto al futuro della Chiesa e dell'umanità. Io credo che dobbiamo guardare a questo futuro con fiducia, ed anche con speranza, anche se siamo abbastanza sicuri che le difficoltà che ci saranno non saranno forse gran ché minori di quelle che abbiamo avuto fino ad ora. … Se noi ci lasciamo mordere il cuore da questo atteggiamento di continuo timore, di sfiducia, d'interpretazione sempre un poco parziale, in questa chiave, di ogni cosa che avviene, temo che non sapremo costruire. Per costruire ci vuole la speranza.
E questo vale anche nella vita della società. Ne abbiamo parlato tanto. È un impegno che dobbiamo riscoprire nella sua essenzialità cristiana. E anche qui, se ci saranno situazioni difficili (e ci saranno probabilmente anche qui delle situazioni difficili), dobbiamo sempre tenere presente una fiducia fondamentale, che non è quella nelle nostre forze o in formulette, ma è quella dell'aiuto finale di Dio e nella capacità che avremo, se fideremo in Lui, di volgere le cose al bene.

Pregare per i politici

Noi siamo abituati a protestare spesso contro il governo, contro i parlamentari contro i partiti.
..Forse, potremmo invece meditare qualche volta sulla carità verso il prossimo che vieta, non fosse altro, i giudizi temerari, o sull’umiltà, che vieta di pretendersi competenti in ciò che solo parzialmente si conosce.
Forse in quanto cristiani, in quanto cattolici, dovremmo prima di tutto ricordarci che questi poveri uomini politici sono gente che ha un bisogno speciale della nostra preghiera. Proprio perché sono esposti in maniera speciale alla tentazione dell’ambizione, dell’invidia, del compromesso; proprio perché la politica inasprisce la polemica e la fa diventare faziosità, cattiveria quasi, non solo per gli avversari, ma anche verso i semplici concorrenti; proprio perché la tentazione del potere è forte; proprio perché la disordinata stanchezza della vita politica minaccia di escludere ogni raccoglimento; ogni esame di coscienza, quasi; proprio per questo noi dobbiamo pregare per loro.
..Ma questi benedetti uomini politici non sono solo esposti a tentazioni speciali, ma hanno responsabilità speciali, di cui devono rispondere non solo agli uomini ma anche a Dio. …Noi che accusiamo di superficialità gli uomini politici non ci accorgiamo che siamo assai superficiali quando pensiamo che essi non sentano il peso e forse la tristezza di queste responsabilità. Forse è anche per questo che non ci viene in mente di pregare che Dio li aiuti, li illumini, dia loro saggezza e forza, intelligenza e capacità.

I talenti da far fruttare

Perché ha avuto più talenti, deve conoscere di più il bene e il male che c’è nella vita sociale: deve arricchire di ideali, di forza, di entusiasmo la sua vita, e deve insieme acquistare il senso del possibile del concreto, del pratico. Solo quando riuscirà a trasformare l’elaborazione del pensiero in strumento vivo di miglioramento sociale potrà dire di aver fatti fruttare i suoi talenti.

 
 
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